L’OFFICIEL febbraio 2013

L’OFFICIEL febbraio 2013

APOLOGIA DELL’IRA, Rabbia, arte e teatro Il 21 aprile del 1921, muore a Pittsburgh Eleonora Duse. Secondo la leggenda, le sue ultime parole furono: «Vivere Ardendo». Il fuoco, bruciare e vivere, come dice De Gregori in Santa Lucia: «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo». Vivere ardendo, anelando, cercando con tutte le forze di colmare una distanza. In un monologo di Franca Valeri, Le Mutandine, c’è una ricca aristocratica milanese che racconta la sua disavventura alla ricerca di un paio di culottine, mutandine, niente di speciale, in un grande magazzino. La donna descrive con disprezzo la mancanza di educazione e la volgarità del personale. Il pezzo è spassosissimo, il pubblico si diverte molto. In questo caso la distanza che il personaggio cerca di colmare è tra l’indignazione per la perdita dello stile, per i bei tempi andati – e l’avvento di una forma di volgarità dominante. La protagonista esprime rabbia, varcando questa distanza, raggiunge un furore più intimo, assolutamente esagerato, proveniente da qualcosa di più nascosto. Anna Marchesini diceva, nelle sue lezioni in Accademia, che la comicità deriva da una grande generosità dell’attore: la disponibilità a far brillare le proprie ferite. Come dice un altro grande maestro che purtroppo non ho ancora avuto modo di incontrare, dalla ferita esce la luce — Valerio Binasco. La rabbia è come energia cinetica, sempre attiva, esplode nella crisi del personaggio. Adoro la crisi! In questi giorni la mia crisi è quella di Mag Wildwood che non sa se sposare il fustacchione brasiliano Josè Ibarra Jegar o se cercare tra altri pretendenti più abbienti – e vi assicuro, non è una crisi da poco. La messa in scena è da Breakfast at Tiffany’s, l’America è quella degli anni Quaranta. Holly Golightly è interpretata da Francesca Inaudi. Io, Mag Wildwood, sono sempre splendidamente abbigliata e acconciata, in velluto nero, gonna con spacco, mantella con fodera interna avorio, guanti e manicotto bianchi e per coronare il tutto un turbante che si apre come un fiore – un po’ alla Carmen Miranda, sotto suggerimento del regista Piero Maccarinelli. Gli abiti sono stati studiati da Alessandro Lai e provengono dalla sartoria Tirelli – in faccia all’intramontabile tubino nero di Givency che nel film ha cominciato un capitolo mai concluso della storia della moda. A proposito di moda – visto che da quanto ricordo sto scrivendo sul numero cattivo de L’Officiel – mi torna in mente Jean Paul Gaultier per i costumi di Peter Greenaway in  The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover. I bustini sadomaso, il rosso e il nero, le punte e le linee che ingabbiano i corpi. Una Helen Mirren quasi angelica costretta in una gabbia, insieme alle musiche di Michael Nyman. Per me, questo è un racconto di rabbia, di carne al macello. La rabbia, secondo il Devoto-Oli è una irritazione violenta, spesso incontrollata, provocata da gravi offese, contrarietà o delusioni (…) una voglia instabile, frenesia, furia, furore bestiale, impeto, violenza eccezionale. Io aggiungo: è un fuoco che nasce dall’anima e divampa nel corpo immediatamente, parte dal pancreas, si propaga fin sulla punta dei capelli e ti fa dire e fare cose che non avresti voluto. Un’emozione incredibile, musa ispiratrice di tante intelligenze a servizio dell’arte. Un urlo, come quello di Mina «l’unica che ha il potere di bloccare tutti, di far fare silenzio anche nelle case più chiassose, più rumorose, eccola qui, è Mina. Entra con uno strillo, oddio chi è?!» diceva Alberto Sordi a Studio Uno nel 1966. Mina, Mina, Mina… Un anno fa feci uno studio su Mina per Pedro Almodòvar. Avevo saputo che voleva preparare un film su di lei, e decisi di preparare un breve showreel dove interpretavo Mina. Ho studiato Mina per quattro mesi senza sosta. Mi sono divertita tantissimo, provavo in una mansarda a Roma con la sua voce a tutto volume. Ho letto tutte le interviste che ha rilasciato e ho guardato l’immenso repertorio di YouTube. Decisi di interpretare La voce del silenzio. Un giorno ho provato a cantare senza pensare a nulla: era la libertà, certo, ma ancora – trovavo un senso di rabbia – quella rabbia che provò Mina quando la stampa e la Rai non le diedero tregua sulla libertà della sua vita privata. La rabbia è come una poesia, arriva dappertutto. Potrei andare avanti per ore a parlarne – a parlare della mia visione di Mina, di tutti i personaggi che ho studiato, di cui mi sono innamorata – con rabbia, furore e ardore. Ippolita Baldini

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