LINKIESTA febbraio 2013

LINKIESTA febbraio 2013

Ippolita Baldini, Mag Wildwood in Colazione da Tiffany che debutta a Milano al Teatro Manzoni questa sera: “L’attore cerca di dare la sua verità nel dire il testo e nello nello sare in scena con altri personaggi”…

Stasera la Prima a Milano al Teatro Manzoni per “Colazione da Tiffany”, lo spettacolo, in scena fino al 17 marzo per la regia di Piero Maccarinelli, tratto dal romanzo di Truman Capote e riscritto da Samuel Adamson nell’unico adattamento teatrale sinora mai concesso: dopo la tournee partita l’anno scorso e che ha già toccato quasi una ventina città italiane, questo “Colazione da Tiffany” è un lavoro che vuole anzitutto distanziarsi dalla celebre versione cinematografica del romanzo di Capote, uscita nel 1961 con una protagonista d’eccezione, Audrey Hepburn. Uno spettacolo che parla di sogni, di ricerche, di speranze, di delusioni e di conquiste. Abbiamo parlato con Ippolita Baldini, in “Colazione da Tiffany” un’efficace Mag Wildwood, la rivale e concorrente della protagonista Holly Golightly, interpretata da Francesca Inaudi, e le abbiamo chiesto di raccontarci la giovane carriera di un’attrice, le sue difficoltà e i suoi traguardi.

l teatro è una costante nella tua formazione. Il cinema si è aggiunto in seguito, sei in “Benvenuti al Nord”, “Quando la notte” e “Ti presento un amico”. Per un attore che nel 2013 ha trent’anni che tipo di linguaggi sono il teatro e il cinema e che differenze fondamentali intercorrono tra i due?

Preferirei non arrischiarmi a cercar di definire che tipo di linguaggi sono il teatro e il cinema, entrerei in un discorso filosofico-sociologico-psicologico- artistico un po’ troppo esteso e del quale non ho grandi teorie o opinioni forti. Però posso parlare del lavoro dell’attore in teatro o nel cinema, che si basa su dinamiche competamente diverse. In entrambi i casi l’attore cerca di dare la sua verità nel dire il testo e nello stare in relazione con gli altri personaggi, è il Come a cambiare radicalmente. Nel cinema l’emozione e l’autenticità della battuta e della situazione è da ricreare per ogni ciack che viene fatto, nel teatro si segue un arco ben definito del qui e ora. L’attore di teatro segue il suo personaggio all’interno dello spettacolo, crea le sue emozioni, vive le situazioni nell’arco delle scene e della serata.

In teatro, poi, il pubblico è un altro elemento fondamentale: il pubblico è il terzo personaggio della scena. Ci sono io, c’è il mio compagno di scena e c’è il pubblico, quest’ultimo determina in parte l’andamento di una serata. Bisogna saperlo ascoltare, capire e accontentare. Bisogna saper comunicare con il pubblico, questo è il lavoro dell’attore. Sta all’abilità di un giocoliere il saper giocare con questi tre elementi. Ci vuole tecnica e talento, fantasia, gioia, passione…Per questo mi arrischio nella mia tesi: il cinema non ha bisogno di attori, il teatro sì. Il cinema ha bisogno di anime interessanti, non è necessario che tu sia anche bravo, se la tua anima e la tua fisicità aderiscono al personaggio che è nella sceneggiatura, la post produzione e un bravo regista arrivano a far emozionare lo spettatore nelle sale. La responsabilità di un attore sul set è molto diversa da quella che ha un attore di teatro. Nel teatro si vive il momento presente e in QUEL MOMENTO il pubblico è con te oppure no, nel cinema il pubblico lo conduci a empatizzare con TANTISSIMI diversi espedienti che possono aiutare a dare quella emozione. Una inquadratura particolare, una musica di sottofondo a sostegno del testo, un gioco di montaggi…tutto un lavoro che crea un rapporto più intimo con la scena, lo spettatore è come una presenza immateriale, una spia! Che osserva il destino dei personaggi. Per questo una delle prime cose che ti insegnano al cinema è di non guardare mai direttamente nella camera ma appena vicino all’obiettivo, l’attore non deve mai coinvolgere lo spettatore guardandolo dritto negli occhi. Deve far finta che non sia lì, bisogna far finta che la camera non ci sia…e nel cinema si usano delle camere enormi, e certe volte te le puntano a pochi centimetri dal tuo naso.

La concentrazione ha un andamento molto diverso nel lavoro in teatro o nel cinema. In teatro arrivi per la convocazione serale un’ora prima dell’inizio dello spettacolo, e da lì inizia per gradi il tuo entrare in concentrazione, dal treinig per risvegliare il corpo, si passa al trucco in camerino indossi gli abiti del personaggio e sei in scena (a discrezione degli attori, ciascuno ha il suo modo, questo è il mio in questo periodo).

Nel cinema si richiede un tipo di concentrazione diversa. I tempi sul set vengono definiti dalla troupe, dalle maestranze, dalle necessità del regista. L’attore deve rifare la scena tante volte, ad ogni ciack l’attore deve ricercare l’autenticità del momento anche se è la sesta volta che ripete quelle quattro battute, ogni volta le deve ripetere come se fosse nella vita vera, cioè istintive, autentiche. La concentrazione va ricreata e rigenerata ogni volta.

Parlami dell’interessante esperimento che hai fatto su te stessa trasformandoti in Mina

Ero a Berlino, stavo lavoravo come performer per un’artista. Mi dissero che Almodovar stava per iniziare la preparazione di un film su Mina. Pochi mesi prima, durante un servizio fotografico il fotografo mi fece notare che avevo gli stessi occhi di Mina. Mi ha sempre affascinato questa donna molto forte, la sua concretezza, la sua voce, il suo sguardo. La tigre di Cremona. Cercavo una parte di me che non avevo ancora mai esplorato. Ho una fisicità molto importante, occhi grandi, molto alta, viso espressivo…ma non ne ero mai stata consapevole, attraverso lo studio di Mina ho esplorato questa mia forza. Lo studio della gestualità di Mina, la sua intensità il suo sguardo che penetra oltre lo schermo, arriva direttamente allo spettatore e poi scappa via. Mina ha una leggerezza e una gravità che coesistono contemporaneamente nel corpo e nella voce. Esplorare questo personaggio è stato molto interessante e utile per me come persona. Tutti i personaggi che incroci nel tuo percorso artistico ti arricchiscono, il principio è che tu dai a loro la tua personalità, ma tu cerchi nella tua personalità quello che riesci a usare perché le parole che dicono i personaggi prendano vita

Palami dell’altra esperienza che hai inventato del Teatro in casa.

Ho deciso di portare i miei personaggi (Mina, la Signorina Snob di Franca Valeri e altri) nelle case private delle persone per una sorta di stanchezza artistica data dall’ artificiosità del teatro nelle grandi produzioni, da cui l’alienazione dell’attore. Avevo bisogno di ritrovare il pubblico, ritrovare la necessità che da sempre ha guidato la mia scelta. Faccio questo mestiere per portare un testo, per scaldare un’atmosfera, per dare energia.

Quindi hai ideato tu stessa delle tue auto-produzioni. È una costante per un giovane attore oggi, in tempo di crisi? Cosa significa scegliere di fare l’attrice oggi? I pro e i contro.

Oggi per un giovane attore il panorama è abbastanza difficile. Le produzioni sono poche, i soldi che circolano nella cultura e specialmente nel settore dello spettacolo sono pochissimi. La cosa che manca in particolare è il coraggio di rischiare. I produttori (ormai ahimè anche nel teatro) investono pochissimo nelle “giovani promesse”. Preferiscono finanziare progetti in cui le percentuali di incasso sono abbastanza convincenti. Questo è molto difficile per chi sta cercando di farsi conoscere.

Come è nata la tua passione per il teatro? Era in qualche modo inevitabile che tu diventassi attrice o è una cosa che hai scoperto negli anni?

Era a mio avviso inevitabile, anche se c’ho messo ANNI a scoprirlo e a trovare il coraggio di diventare Attrice. Da quando sono piccola facevo imitazioni e piccoli show a casa e a scuola, mi è sempre piaciuto far ridere e scaldare le atmosfere, soprattutto mi veniva spontaneo esibirmi per stemperare o per reagire ad atmosfere di tensione o particolarmente difficili, era la mia personale risposta a un disagio che sentivo. La passione per il Teatro invece è nata a 15 anni quando per la prima volta sono salita su un palco e ho scoperto il primo contatto col pubblico (mi fecero anche l’applauso a scena aperta). Da lì divenne una droga a cui non riuscii mai a rinunciare, una vera e propria passione.

Hai lavorato anche con Cristina Comencini, Claudio Bisio e Filippo Timi, che sono tra i più importanti registi o attori italiani giovani attualmente sulla scena con nuove produzioni, film o spettacoli. C’è qualcun’altro, giovane, con cui avresti piacere di lavorare, perché?

Desidererei tantissimo porter lavorare con la “Popular Shakespeare Kompany” diretta da Valerio Binasco, sono un gruppo di giovani attori eccellenti, una squadra specialissima che lavora nel teatro con passione e talento (per citarne alcuni Filippo Dini, Antonio Zavatteri e Fulvio Pepe). Credo che una esperienza in quella compagnia mi sarebbe di enorme aiuto artistico. Perché affrontano i classici di Shakesperare e mi allontano un po’ dal mio repertorio un po’ sempre borghese e perché lavori sulla scena con attori bravissimi  e diretti da un regista che fa un ottimo studio sul testo e sul personaggio.

 Quali sono i tuoi “maestri”, i tuoi cardini a cui ti ispiri e che vorresti emulare?

il mio maestro è Lorenzo Salveti.

Le attrici a cui mi ispiro e che amo molto Monica Vitti – Mariangela Melato e Maria Pajato.

 Il tuo sogno nel cassetto come attrice.

Non lo dico per scaramanzia, ho paura che non si avveri…sì sono un’attrice un po’ scaramantica (c’è un attore che non lo sia? n.d.r).

Intervista tratta dal Blog Notes di Marta Calcagno Baldini: http://www.linkiesta.it/blogs/blog-notes-marta

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